Una mattina un ragazzo si svegliò e scoprì di essersi trasformato nel proprio portatile.
Poi si svegliò a punire il computer per il tentativo di usurpargli l'identità. E la password della cartella "Biancaneve". Dopo poco,anche il suo cervello aprì gli occhi. E capì che stava percuotendo un essere inanimato. Ma non smise, perché per la prima volta era lui a picchiare, non a essere picchiato. Il ragazzo in effetti erageneticamente predisposto per essere bullizzato. Persino dai nani da giardino. Un vero talento. Il caso isolato, però, divenne un'abitudine. Ogni sera, quando sispegnevano le luci, raggiungeva il computer e lo malmenava. Aveva trovato qualcuno più debole di lui. Si sentiva virile. Ma il karma restituì ogni colpo. Dopo le prove con il coro di voci bianche venne rapito: semplicemente salìsull'autobus sbagliato.
Durante la sera di libera uscita dal braccio della morte. Uomini con le otturazioni dorate e coperti più da peli che da vestiti, notarono la sua faccia da capro espiatorio.Lo portarono in una stanza buia per prenderlo a pugni. Il ragazzo ricordò la mossa ninja illustrata dal Botticelli con lasua Venere. Cercò di portare una mano a protezione dei genitali. Ma aveva scordato che per eseguire il gestobisognava avere dei riflessi almeno lenti.
Quando arrivò il colpo, prese il la per un virtuosismo lirico senza uguali.Un lungo acuto di dolore spaccò il vetro della finestra, aprendogli una via di fuga. Ne approfittò inserendo lamarcia andante-con-brio e galoppando fuori nella notte. Una vecchietta con il deambulatore lo oltrepassò clacsonando, facendogli realizzare che era libero. Il ragazzo iniziò a pensare di aver pagato il proprio debito. Poi si svegliò e scoprì di essersi trasformato in un assorbente. Interno. Usato.
"Un giorno succederà lo so". Non serve che guardi allo specchio per sapere che faccia ho adesso.E' un pensiero che affiora ogni mattina mentre faccio colazione, ad ogni momento di pausa da altri pensieri. Assieme a "lo farò prima o poi". Sissignori. Con tanto di ruga d'apprensione davanti alla scelta.
"Un giorno metterò il sale nel caffè invece dello zucchero perchè sti barattoli sono dannatamente uguali."
Si diceva che la collina vicino alla fattoria dei nonni fosse un luogo malvagio. Che lo fosse veniva considerato un dato di fatto, ma il perché non lo sapeva nessuno.Mi era stato proibito di andare a giocare lì vicino. Quando facevo domande, gli adulti tagliavano corto: “E’ un luogo malsano”, mi diceva la mamma. Mio padre non mi si rivolgeva neanche, semplicemente verificava chiedendo a mia madre: - E’ stato lontano dalla collina, Judy? - . Il nonno borbottava con la pipa fra i denti: - Brutto posto ragazzo, brutte cose.Un giorno però, quando fui abbastanza grande, la nonna mi prese in disparte e mi raccontò una storia. Il mio credo di quel momento riusciva a includere le creature più strane e gli eventi più straordinari, e quando mi narrò del pistolero Madgun, le credetti. Dicono che se lo portarono via i perduti con gli stivali. Non si sa dove. E ora sulla sua tomba non v’è un nome e nemmeno una lapide. Le credo tutt’ora. Madigan Philiphs diventò cieco subito dopo la nomina a sceriffo di Laredo. Faceva finta di non aver perso la vista e la gente del posto fingeva di credergli. Anche anni dopo, non si era abituato alla propria condizione e non era ancora riuscito a smettere di fumare sigarette. Novità di quella fine secolo, arrivavano dalla Virgina in città e lui era un assiduo fumatore di Lucky Strike. E come accadeva per la cecità, negava anche il proprio vizio del fumo.Già uomo collerico, la mancanza della vista e di una sigaretta in bocca, avevano inasprito il suo carattere. Sempre sulla difensiva e appassionato complottista, aveva la convinzione di essere preso di mira da un assassino dietro a un grilletto. Per questo motivo cercava di uccidere qualunque cosa si muovesse attorno a lui e, caricato dall'urlo di battaglia “MUORI!” scaricava la sua Colt, rigorosamente Single Action Army.Con così tanto piombo vagante, ci scappava prima o poi il morto. Fu così che il suo nome perse una “i” per strada e per la gente di Laredo divenne semplicemente Madgun. Era considerato parte della città e sopportato come si vuole bene a una vecchia zia un po’ pazza e con lui erano benvolute anche le sue stranezze.La mattina, il vecchio Madgun, brancolava fuori dalla porta del minuscolo ufficetto di sceriffo, che era anche la sua casa. Finendo di allacciarsi il cinturone percepiva un movimento vicino all'ingresso e, il più delle volte, prima che potessero fermarlo e avvertirlo che si trattava del suo cavallo, sfoderava il revolver e lo seccava o lo feriva. Lo sceriffo, orgoglioso, pensava di aver cominciato bene la giornata privando la città di un altro assassino, mentre qualcuno commentava:
- Ecco andato l’ennesimo cavallo, la prossima volta portategli l’asinello del reverendo! E pensare che l'ultimo era durato così tanto che gli aveva dato persino un nome, povero Aquilante.Madgun non riceveva paga, portava il peso della stella di metallo in cambio di un nuovo cavallo vivo, pur non sapendolo. Pensava di svolgere gratis il suo mestiere e viveva di quello che le donne della città gli offrivano.I cavalli però sono una merce costosa e, pur essendo Laredo una città florida e centro vivace di scambi commerciali, le prodezze dietro al grilletto dello sceriffo avevano un peso economico considerevole, oltre ad aver creato un vero e proprio ossario equino in un’area appena fuori città. Quest’area era adiacente alla Booty Hill, luogo di sepoltura dei pistoleri morti a Laredo, che non erano nemmeno pochi. In mancanza di uno sceriffato efficace, ognuno di essi si affidava a un codice personale, morale o amorale che fosse, e, spesso, nel nome di questo, ci scappava il proiettile letale. Insomma, il ventre della collina era gonfio di cadaveri con il revolver e gli stivaloni.Si diceva che avrebbero iniziato a camminare sulla terra perché non trovavano più posto nella collina delcimitero. E così successe. Una notte Barney Winston, il banchiere di Laredo, sentì dei rumore provenire dalla cucina. Entrando con il fucile spianato, trovò un uomo con un cappellaccio che occupava la sua cucina cibandosi degli avanzi della cena.Avvicinandosi riconobbe la figura:
- Nonno, ma tu non eri morto?
- Nipote, come puoi dirlo? A me sembra di stare benissimo. Buono ‘sto avvoltoio arrosto.- Ma nonno, ti ho sparato io stesso, guarda quel buco che hai al centro del petto, te l’ho fatto con questoWinchester.Questi si sincerò del fatto con un gesto quasi automatico e, quando un lampo di comprensione gliattraversò il cervello, impazzito per l’orrore cercò di avvicinarsi al nipote. Lo stimato banchiere, sangue del suo sangue, fu ben felice di aiutarlo: - Nonno, non ho tempo adesso, temo che dovrai morire una seconda volta.Il colpo sparato dal fucile a leva risuonò ancora più forte nel silenzio notturno.I vicini si svegliarono e accorsero. Quelli che erano scesi in strada, si accorsero che alcuni uomini avevano imboccato la strada principale. Erano tutti pistoleri armati e il buio stava impedendo agli abitanti di Laredo di vedere quanto fossero numerosi.
La Booty Hill però stava riversando verso la città tutti i suoi occupanti. Tutti morti. Tutti però, che, con i loro stivaloni, stavano marciando nella polvere della strada come se fossero in missione. Il panico iniziò a serpeggiare per la città assieme al passaparola. Tutti gli uomini in grado di combattere si schierarono vicino alla casa del banchiere Winston. Billy, un ragazzino sveglio, fu mandato a recuperare il vecchio sceriffo e a condurlo sul posto.
Dei passi frettolosi gli fecero capire che qualcuno stava correndo nella sua direzione. Spense frettolosamente la sigaretta e la gettò, fingendo di essere appoggiato al muro con indifferenza a godere dell’aria fresca della notte.
Bill arrivò ansante:
- Sceriffo! Sceriffo! Ci sono degli zombie che camminano per strada! I morti della collina stanno arrivando! Presto! *sniff sniff* Ma … Sceriffo Madgun, lei non ha smesso di fumare!
- Non dire insensatezze, impertinente di un’irlandese! Io non fumo! Porta rispetto o ti servo un proiettile!
- Come vuole, sceriffo. Il funerale è suo. Ma corra in fretta!
- Cos’è questa storia degli zombie? Troppi racconti dell’orrore? In ogni caso fai strada, ragazzino!
Bill si avviò veloce e aveva fatto pochi passi quando si accorse che lo sceriffo stava andando nella direzione sbagliata. Lo recuperò trattenendo una battuta e lo condusse verso la casa di Winston. Quando arrivarono sulla strada maestra, Madgun potè constatare la gravità della situazione. Regnava il caos e le urla terrorizzate erano via via sempre più forti, al passo con la marcia degli zombie.
Inizialmente tentò un bluff per defilarsi e salvarsi la pelle:
- Toh ma quello laggiù lo conosco! Sei proprio tu John Wayne? Guarda ti passo la mia stella,
signore e signori, adesso ci pensa lui, è tutto a posto. Io intanto andrei ...
Intanto lo sceriffo si stava dirigendo dal lato sbagliato andando verso gli zombie.
- Sceriffo, visto che sta andando dal suo amico perchè non prova a negoziare?
- C...come dal mio amico? Asp …
Madgun si accorse dell'errore che stava commettendo e cercò di rimediare. Ma due uomini
furono al suo fianco allora tentò di farli ragionare:
- Non mi ascolterebbero, sono determinati. E poi sono tutti pistoleri: non accettano né ordini né consigli da nessuno.
- Ma perché sono usciti dalla collina tutti questi pistoleri?
- E che ne so, qualche cervellino putrefatto sarà riuscito a fare ancora una scinitilla e avranno
capito che è meglio essere vivi. E onestamente lo penso anch'io, quindi andrei …
A questo punto intervenne Winston, premendo la canna del fucile contro la schiena di Madgun.
Quel gesto bastò a convincere lo sceriffo. E anche a fargli venire un'idea, pur di non trovarsi sforacchiato:
- Però pensandoci, non posso abbandonarvi tutti, sono sempre il vostro protettore. E sapete anche una cosa? Forse ho la soluzione al vostro problema. Quelli sono pistoleri no? E il pistolero non si separa mai da due cose: i revolver e gli stivali. Tant'è che vengono seppellite con lui. Percui... mirate alle ginocchia e togliete loro gli stivali ad ogni costo, quello dovrebbe fermarli.
La gente si mobilitò, procurandosi armi improvvisate. Quelli che non avevano revolver o fucili, presero delle assi di legno e volarono rotule. Alcuni tolsero le corde dal pianoforte del saloon e le tesero all'altezza del polpaccio, attendendo che gli zombie vi si gettassero, perdendo gli arti inferiori.
Poco per volta alcuni zombie si resero conto che rischiavano di ritrovarsi smembrati, stesi nella polvere della strada maestra. Iniziarono a fare retromarcia verso la collina pur di non perdere ciò che faceva di loro dei pistoleri. Oltretutto, adesso che qualche caduto era rimasto indietro, nella collina si stava più larghi ed essere morti non era più così male.
Madgun rimase a fare lo sceriffo a Laredo. Ma adesso che era palese che era cieco, la gente ne aveva approfittato per chiedergli di restituire tutti i soldi che spesi per i cavalli. Aveva dovuto vendersi tutto, persino gli stivali. E non gli erano rimasti soldi per le sigarette. Fu così che oltre a smettere di essere un vedente, dovette anche smettere di fumare.
Accadde una notte che il bell'Antonio prese l'ultimo metrò per unirsi a dei ladri di biciclette. Ma incontrò unsoldato sotto la pioggia. Questi era l'allegro tenente, testimone scomodo di una rapina a mano armata, poiattribuita ai soliti ignoti.
Presero insieme un tram chiamato Desiderio, scesero lungo la strada dei quartieri alti. Sotto il fascino discretodella borghesia, mossero tre passi nel delirio, fino ai confini della realtà e si trovarono a piedi nudi nel parco. Ilteorema del delirio prevede la grande abbuffata di riso amaro, ma loro preferirono consumare pane, amore efantasia, sotto le luci della città. Poi arrivò lo straniero senza nome con un cappello pieno di pioggia. Parlarono di terapia e pallottole.Ricordarono quei bravi ragazzi: un mucchio selvaggio di criminali da strapazzo pronti a morire. Quando le coltcantarono la morte, cavalcarono là dove scende il fiume, fino al fronte del porto. Lì spararono una pallottolaper Roy. Però la morte corre sul fiume: 400 colpi cercarono di raggiungerli e dovettero tenere giù la testa. L'etàdell'innocenza era finita. Gli spietati diedero l'addio alle armi, si misero gli anni in tasca e si avviarono sulla42esima strada.
Tornando a casa, videro che l'appartamento era occupato da una donna tutta sola. Era la donna del tenentefrancese. Il bell'Antonio incantato dal profumo di donna, la immaginò sposa in nero. Colse l'attimo fuggente eammazzò l'allegro tenente senza pietà. Prenotò una camera con vista sul viale del tramonto dove c'era il piùgrande spettacolo del mondo. Pagò con 21 grammi di uomini e topi, inclusa la carne dell'allegro tenente. Però la voce della luna usò, in nome della legge, quel che resta del giorno per avvisare che erano arrivati imostri. Temendo uno scandalo internazionale, lei iniziò: Non passerò i migliori anni della nostra vita dietro le sbarre, oin fuga da Alcatraz. Lui le disse: My fair lady, io ti salverò. Lei rispose: Io non sono qui. Poi lui notò il sipario strappato e la grande illusione si spezzò: capì che era tutto vero come la finzione. Eral'ultimo spettacolo di angeli con la faccia sporca in preda alla febbre del sabato sera.E con un nodo alla gola pensò: “Peccato che sia canaglia. Queste sono le conseguenze dell'amore.”
Improvvisamente le luci della città si spensero, ma ogni cosa era illuminata: l'effetto notte era svanito nel corsodel tempo. Sabato sera, domenica mattina. E così il bell'Antonio disse: “Finalmente domenica. Ecco una giornata particolare.”
Sullo sgabello del ring, con le braccia poggiate alle gambo in atteggiamento di riposo, siede un pugile. Indossa un accappatoio e il cappuccio gli nasconde il capo. Qualche corto ricciolo biondo sfugge comunque. E’ conosciuto come Babyface, all’anagrafe John J. St John. E’ una giovane promessa del pugilato. I cazzotti generosi incassati in volto ancora non hanno scalfito l’aura da faccia-d’angelo.
All'altro angolo siede il campione in carica. Sade. E’ appoggiato alle corde a braccia aperte, con atteggiamento spavaldo, ammiccante. Pare un invito. Come se volesse accoglierlo. Ma non bene.
Era nero almeno quanto Babyface era biondo e pallido. Aveva numerose vittorie alle spalle, oltre a diversi anni di carcere. Si era fatto sette anni a Otisville, per aver aggredito un poliziotto. Mentre era dentro, aveva frequentato quelle specie di fight club che sono i quadrati delle prigioni. Finito di scontare la pena, decise di darsi al professionismo, determinato a vincere il titolo mondiale e a tenerlo stretto.
Sade scarica i pugni in maniera esplosiva, mettendoci il movimento di tutto se stesso. Ogni azione non é mai sola, ma é inevitabilmente una sequenza devastante. Sovente gioca sporco. Il carcere ha disciplinato il peggio di lui.
Non é questo però a renderlo micidiale e spaventoso.
Girava voce nell’ambiente che Sade fosse omosessuale. Voce vera. A Sade non importava zittirla, anzi, la alimentava con dedizione.
Il manager/allenatore di Sade, Bischofberger, pensò di sfruttare la cosa per aiutare il protetto a mantenere la corona sul ring. La portò all’estremo. Aggiunse una condizione nel combinare gli incontri. Sade avrebbe accolto la sfida. Ma a patto che l'avversario, sconfitto, accettasse di sottostare al volere di Sade. E alle sue voglie.
I pochi che avevano tentato, dopo il match si erano ritirati dal pugilato. Si erano chiusi nel tradizionale bicchiere d’alcool o nel piccolo mondo felice della follia.
Babyface era pienamente consapevole che per lui non sarebbe stato diverso.
Ma la madre era stata irremovibile.
Appena scoperto il talento del figlio, la madre ci credette ciecamente e lo sostenne mentre emergeva nel mondo della boxe. Collezionava i trofei disponendoli in fila sul caminetto, spolverandoli e lucidandoli spesso. Donna severa e tenace, si era messa in testa che il suo John poteva vincere il titolo mondiale. Sordo e cieco, il cuore di mamma inseguiva il proprio sogno per il figlio, fallendo in una valutazione oggettiva. Combinò l’incontro con Bischofberger e affiancò l’allenatore durante il calvario preparatorio.
E ora sedeva vicino al ring, assieme alle proprie convinzioni, schierandole a muraglia contro il resto del mondo.
Che dava per favorito Sade. E che entro pochi minuti avrebbe avuto ragione.
L’illustratore chiamato a ritrarre gli incontri aveva già pronte alcune immagini nella sua cartellina. L’esito del match veniva dato per certo.
Componendo un quadretto che tentava di avere verve comica, attendeva l’inizio dell’incontro. Annoiato ,ritoccava sul foglio la maschera di sangue che era il volto di Babyface. Accucciato davanti a un sorridente e statuario Sade. Gocce di purpuree decoravano anche le gambe di entrambi i pugili.
Sade si sarebbe accanito sulla sua testa, non avrebbe disperso altrove i suoi pugni. Mentre il pubblico sarebbe stato con il fiato sospeso in attesa del colpo più pericoloso.
Dal suo angolo Babyface vede la mano del disegnatore colorarlo di sangue. Sapeva che Sade avrebbe fatto il possibile per rompergli tutti i denti. Come si faceva a Otisville ai prigionieri più giovani e dalle linee più morbide. A quelli che diventavano le puttane dei più forti e più cattivi.
Babyface non voleva vivere quell’impatto umiliante.
Pensò di strangolarsi negli spogliatoi con la cinta dell’accappatoio.
Ma poi vide la madre dietro le spalle del disegnatore, che sedeva impettita e composta.
E seppe che quando Sade gli avrebbe servito le nocche furiosamente, lui avrebbe abbassato un poco le braccia e girato il capo fino a offrirgli la tempia.
Avrebbe riservato l’ultimo sguardo alla madre accusandola di averlo schiavizzato con un amore tiranno. Colpevole, nel tentativo di ottenere rispetto per il figlio, di averglielo tolto del tutto.
E poi avrebbe chiuso gli occhi.
Mamma, vaffanculo. E addio.
"I sogni passano attraverso i muri di pietra, illuminano le stanze più buie e gettano le tenebre in quelle più illuminate, e i loro personaggi entrano ed escono dovunque a loro piacimento, ridendosela di tutti i lucchetti." - Sheridan le Fanu, Carmilla (1874)
Sogno, consapevole di sognare. So che non posso più toccare niente e niente può più toccare me. Posso solo prendere i popcorn e assistere a quanto avviene nella mia testa ora che dormo.
Un centro commerciale. Atrio d’ingresso. Alla mia destra la parete è rossa. Un rosso violento che insiste e preme sull’occhio. Finché non trova sollievo in un’enorme apertura circolare spalancata sul nero. Un metro più avanti, un semicilindro di rete metallica poggia al muro. E’ colmo fino al soffitto di palloni. Palloni da calcio, da basket, da pallavolo, di ogni dimensione e colore. Una famigliola tipo-dabbene sta sostando lì davanti impettita. Il bimbetto vuole uno di quei palloni. E’ paffutello e biondo. Anche boccoloso. Uno di quei cherubini che fanno sempre la loro porca figura se esibiti in società. Quel genere di buon gusto a cui sono allergica. Reclama e pretende un pallone ad alto volume. I genitori leggono un foglio affisso accanto al reticolato. Istruzioni su come avere un pallone. Adocchiano una vecchietta. La avvicinano. Poi le piombano addosso. Il marito l’ha agganciata sotto le ascelle, la moglie la tiene salda per i piedi. Il tempo di un dondolio e poi la lanciano nel buco nero sulla parete. Subito dopo dall’apposita apertura sul reticolato rotola fuori un pallone da calcio. Se vuoi una palla, butta via una persona. Segui le istruzioni, inserisci il gettone e avrai quello che vuoi. Questo è il meccanismo. Poco dopo due ragazzi si avvicinano. Prendono il bambino per i boccoli. Una parabola perfetta e l’apertura nera sul muro inghiotte 20 kg di buongusto. Un pallone rotola fuori dall’apposita apertura. Questa volta è da pallacanestro. Intorno la gente fa le sue commissioni. Si affaccenda con la consueta fretta di andare via. Vecchietta. Palla. Bambino. Palla. Ragazza in rosa. Palla. Vecchietta più bastone. Palla.
Mi si notifichi pure oscena gratuità, ma trovo tutto questo impeccabilmente divertente.
I luoghi. Dopo un po’ stanno stretti come un vestito di troppi anni e taglie fa. Ti soffocano esercitando una pressione costante sui polmoni. C’è bisogno di riuscire ad aprire una finestra. Per cambiare aria. Per andare via. Per arrivare in un altro luogo lasciando un piede sulla soglia pronto a partire. Per arrivare e guardare le lancette dei secondi con la fretta di chi vuole andarsene. La necessità è di trovare un luogo così grande che non ne vedi la fine. Che non ne vedi mai l’inizio e la fine nello stesso colpo d’occhio. Anche dall’alto di un aereo. Anche a piedi e piedi di quota. Restare lì a lungo diventa come avere un piede inchiodato a terra. Si può solo girare in tondo su quei dieci passi di nuovo. E ancora. E ancora. E con la delusione di non trovarlo così gigante, di vederlo rimpicciolire. Rimanere, essere costretti in un posto é capire che un paletto di frassino non uccide un vampiro. Non quanto le delusioni del “per tanto tempo” o “per sempre” che che si profilano davanti a te anche se sono pure alle tue spalle. E rendono tutto così insufficiente.
La tentazione di rubare le parole di Corto Maltese è grande. Ma "quel che sono è affar mio" non è diplomatico. Percui...
Oui, c'est moi, in carne e malattia. E in formato tascabile. Passioni gemelle di scrittura, arte sequenziale e cinema.
E anch'io possiedo un artigianale cartello con la scritta "sarcasmo" come risorsa personale per risolvere le gaffes che dico. E tutto il resto è qui. Buonanotte.